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giovedì 28 aprile 2011

GOOD BYE MAMA ovvero Se una volta la si dava al regista...


Definito dalla critica “il Colossal dell’amica di Silvio” la pellicola in questione è stata al centro di una bufera politica centrata su finanziamenti giunti alla formosa ragazza bulgara attrice, non c’è regista, non c’è amica del presidente per girare questa film indecoroso costato un sacco di soldi pubblici. Il film è una accozzaglia di melodrammaticità, una soap opera di propaganda, la storia di una ragazza che trova speranza in una foto del papa e in una di Berlusconi (sic) e fa perdere la ogni speranza agli spettatori.
Se un tempo in politica si parlava di maggioranza bulgara ora si parla di maggiorata bulgara.


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martedì 29 marzo 2011

DYOLAN DOG ovvero Come uccidere un mito



Vedere questa versione di Dylan Dog rifatta dagli 'merigani è come sentire una canzone di Elvis cantata da Mino Reitano: fa schifo, non c'entra un cazzo con l'originale, ma si chiama uguale.

Per chi ha amato il fumetto cult di Tiziano Sclavi che dagli anni ’80 ha rinnovato il genere in Italia rimarrà molto deluso dal film. L’unica cosa che rimane dell’ispettore del paranormale della Bonelli è la camicia rossa, tutto il resto scompare senza lasciare traccia.
Il geniale aiutante Groucho, ispirato ai fratelli Marx, che sarebbe stato un ottimo spunto cinematografico, è stato letteralmente tagliato, sostituito da un insulso Marcus che, almeno, viene subito ucciso. Il volto dell’ispettore è quello della stella hollywoodiana Brandon Routh, da poco diventato il nuovo Superman. Il film americano ispirato alla saga nostrana è un film per adolescenti che deve più al genere vampiresco in stile Twilight che non a Dylan Dog. La trama è un riassunto delle varie trame dei film dell’orrore che piacciono ai giovani dai 13 ai 15 anni con zombie, lupi mannari.
A creare un po’ di mistero non c’è nemmeno la nebbia di Londra, infatti gli americani hanno pure trasferito Dylan a New Orleans: “Giuda ballerino!”

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venerdì 24 dicembre 2010

Sconsigli di Natale



Nelle feste, complici il freddo e le ferie, le sale si riempiono di pubblico. Ma spesso la spinta verso il cinema è talmente forte che ci si ritrova seduti a vedere film di cui non si sa nulla e ci si deve sorbire delle pellicole atroci.
Per evitare discussioni con parenti e amici davanti alla multisala, è meglio giungere preparati e far valere la propria opinione prima che la mandria prenda la direzione di “Natale in Sudafrica”.

Ecco alcuni consigli e sconsigli su cosa vedere.

Per chi non può esimere dallo “spirito natalizio”  La banda dei Babbi Natale” con Aldo, Giovanni e Giacomo potrebbe essere un buon compromesso. Senza morire a crepapelle, il film è divertente e dignitoso. Anche se il trio non ha più la verve comica dei tempi di “Tre uomini e una gamba” tutto sommato è tutto sommato il male minore.

La cosa peggiore che vi possa capitare è senza dubbio “Natale in Sudafrica”. Di uno squallore urticante il film con De Sica, alcune parti del corpo di Belen e compagnia cantante è uno dei peggiori cine-panettoni degli ultimi anni. Per citare un battutona del film potremmo definirlo come “'no tsunami de merda”. Se i vostri amici-parenti vogliono trascinarvi a questo scempio cinematografico, questo spot della Wind lungo un’ora e mezza, siete autorizzati a fare una scenata in mezzo alla fila della multisala. Per non rovinare il Natale riuscirete forse a deviali su un film meno brutto.

Se vi venisse la strana idea di vedere un buon film, anche se con il tema Natale non ha nulla a che vedere (ma chi se ne frega!) il miglior film in sala è “American life” (“Away We Go” è il titolo originale). La nuova pellicola di Sam Mendes, regista di “American beauty” e “Jahread” è un film ironico sul disfacimento della società americana con una sceneggiatura impeccabile. “Gli Stati Uniti sono una merda, ma gli altri paesi sono le mosche che si posano su questa merda” sintetizza alla perfezione uno dei personaggi. 

Per chi deve accontentare infanti e nipoti la scelta è scarsa. “Le avventure di Sammy” è il cartone animato sul viaggio attraverso l’oceano di una tartarughina. Non sarà il massimo della vita, ma almeno è un film didattico che insegna i valori, adatto a cattolici e ortodossi.
L’altra opzione, per ragazzini dai 10 ai 14 anni, è “Le Cronache di Narnia - Il viaggio del veliero”, ennesimo film fantasy con animali fantastici e effetti speciali da milioni di dollari.

Per gli amanti di scazzottate, esplosioni e di facili romanticherie hollywoodiane “The tourist” non deluderà nessuno, oppure deluderà tutti, a seconda delle aspettative. Diciamo che dopo aver speso l’intero budget del film per Angelina Jolie, Johnny Depp sugli sceneggiatori si è un po’ lesinato…

Del resto, se per scendere a compromessi vi toccherà vedere un film “sòla”, non perdete le staffe e fate un bel pisolino in sala. È il metodo migliore per digerire la lasagna e il panettone farcito.

Matteo Cavezzali

mercoledì 17 novembre 2010

DEVIL ovvero Il diavolo odia fare le scale


Non si può non voler bene al regista M. Night Shyamalan. Quest’uomo ha la sbalorditiva capacità di non azzeccarne mai una. Mica semplice, ci vuole talento. Tutto quello che tocca si trasforma in schifezza: da Signs a The Village fino a The Happening – E venne il giorno, non c’è lavoro dello sceneggiatore indiano che abbia un verso. Ogni volta sembra quasi che lo faccia apposta a incasinare il copione per rendere la storia sempre più bislacca. E alla fine si esce dal cinema un po’ frastornati, sbronzi del nulla, a chiedersi come sia possibile buttare via così 7 euro.

Quasi spiace ammetterlo ma forse con Devil qualcosa è cambiato. Devil infatti è SOLO bruttino, non sembra quasi un’idea di Shyamalan. A questo giro il nostro ha studiato, si è sbattuto, si è evoluto. Ha addirittura messo in piedi una storia comprensibile, l’ha girata al regista John Erick Dowdle che ha saputo dare ai fatti un certo ritmo fino alla fine. Dove però, inesorabile, viene fuori il tocco di Shyamalan. E a quel punto scende subito la notte.

Dunque siamo a Philadelphia. Cinque reietti – una guardia giurata con più precedenti penali di Totò Cuffaro, la solita gnocca moderatamente svestita, una vecchia isterica e cleptomane, un odioso impresario, un ex marine dall’oscuro passato spedito in Afghanistan – entrano in un grattacielo e, caso vuole, si ritrovano in’ascensore. Tutti dentro, si sale. Senonché dopo qualche piano qualcosa va storto, i poveracci rimangono bloccati all’interno e finiscono non si sa come nelle mani del diavolo. Il quale si diverte come un matto a combinarne d’ogni, a sfasciare i vetri dell’ascensore, a far saltare la luce e – ovviamente – ad ammazzare a turno gli sventurati dopo averli messi l’uno contro l’altro.

Ognuno ha qualcosa da nascondere e uno di loro non è ciò che sembra, o almeno così dice la locandina per convincermi ad andare al cinema. Dopo il consueto bagno di sangue si arriva al finale: chi in passato l’ha fatta troppo grossa dovrà pagare (con gli interessi) per le sue colpe. Otterrà il perdono divino?
Il colpo di scena non salva lo spettatore dalla cascata di melassa buonista del finale, macchinoso e sconclusionato. Devil se non altro ha un pregio: dura poco. Il che non guasta di questi tempi, in cui anche Massimo Boldi tira avanti le sue ributtanti commediole per più di due ore. Ma dopo anche questo fallimento non si capisce quali santi abbia Shyamalan per non essere ancora stato interdetto a vita dalla professione. Riprovaci ancora, M. Night.
Luca Fabbri

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mercoledì 20 ottobre 2010

BURIED, ovvero Sepolto dall'incompetenza dell'esercito USA


Un po’ sono deluso da Buried. Devo ammetterlo, ero andato in sala per avere un film da massacrare e invece… è un bel film!
Sepolto, sotto tre metri di terra, un uomo sigillato in una cassa di legno ha solo un cellulare con cui chiedere aiuto e un’ora e mezza di tempo prima di morire soffocate. Ciò che potrebbe essere lo spunto per un pessimo film dell’orrore diventa invece punto di partenza di un thriller acuto e originale. L’uomo è un camionista che lavora per rifornire le truppe americane in Iraq che è stato rapito e sepolto da un gruppo di iracheni (“siamo terroristi perché ti terrorizziamo? E voi che mi avete ucciso tre figli cosa siete?” gli chiede il rapitore al telefono). Il film ha diversi pregi inaspettati. Il pubblico trascorre tutti i novanta minuti del film nella cassa con il protagonista. Nessuna scena all’aperto, nessun flashback. Nonostante questo “Buried” riesce a mantenere un ritmo incalzante e questa restrizione spaziale che poteva essere un limite diventa un pregio. Il regista spagnolo Rodrigo Cortés inventa innumerevoli trovate stilistiche per dare dinamicità alle riprese nello spazio angusto con inquadrature particolari e movimenti di camera danno un senso di claustrofobia. Non ha bisogno di nessuna trovata eclatante, nessuna esplosione o sparatoria, ma solo una serie di telefonate e respiri affannosi nella penombra.
Cortés prende spunto dallo stato di abbandono in cui si ritrova il protagonista per fare una feroce critica al metodo con cui è condotta la guerra in Iraq e al modo in cui i civili americani coinvolti nella “ricostruzione” siano in realtà abbandonati a se stessi. L’unico interesse dell’esercito pare quello di non far conoscere la brutta faccenda ai mass media. L’uomo che telefona da sottoterra mentre la sua vita è agli sgoccioli viene lasciato in attesa con una musichetta. L’incapacità delle persone di capire la reale entità del problema angoscia lo spettatore perché ha le tinte della verità quotidianità. Con un budget veramente ridotto questa produzione spagnola è riuscita a girare un film veramente interessante che pare un moderno racconto di Edgar Allan Poe.


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venerdì 1 ottobre 2010

L’ULTIMO DOMINATORE DELL’ARIA ovvero Un film che avete già visto, anche se non l’avete ancora visto



Dieci caffé al bar, un libro, un biglietto del treno Ravenna Bologna andata/ritorno, 42 uova, questi sono solo alcuni dei modi in cui potreste spendere meglio i dieci euro del biglietto della proiezione 3D de “L’ultimo dominatore del vento”.
Il film dalla trama infantile e ridondante ha solo un pregio, quello di mettere perfettamente a  nudo il giochetto delle case di produzione per fabbricare pellicole da “incasso sicuro”. Il metodo è quello di prendere i film che hanno sbancato il botteghino e replicarne i tratti distintivi. Questa pratica che è sempre stata applicata, spesso anche con ottimi risultati, in tempo di crisi si è fatta talmente plateale da togliere ogni minimo aspetto innovativo alle pellicole. “L’ultimo dominatore dell’aria” potrebbe essere studiato nelle scuole di cinema come esempio di frankenstein cinematografico. La struttura e l’ambientazione è presa dal Signore degli Anelli, il personaggio bambino-monaco che si reincarna è il piccolo Dalai Lama di “Kundun”, i ragazzi che devono imparare a dominare gli elementi sono i maghetti di “Harry Potter”, il mostro peloso gigante è lo stesso de “La storia infinita”, i combattimenti kung-fu a rallentatore sono i copiatissimi effetti di “Matrix”, eccetera.
A dare un tono di finto impegno non può mancare l’ambientalismo da due lire (anzi due dollari) di Avatar con tanto di personaggi che lottano per salvare un pesce-“spirito della luna” dai cattivi.

Il film riesce ad essere di un didascalico disarmante sfoggiando un manicheismo “buoni contro cattivi” molto rassicurante. I personaggi non fanno altro che spiegare cosa stanno facendo ripetendo “stiamo facendo questo per questo motivo!”.
Esempio di dialogo:
“devo trovare l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”
“ma cosa stai facendo?”
“sto cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”
“ma perché lo stai facendo?”
“per poter essere riammesso come figlio del re”
“ha! Ma quindi stai cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re!”
“Ebbene sì, lo confesso, sto cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”

Il tocco di genio degli studios è quello di inserire un nome d’autore nel film per dare (a parer loro) un’autorevolezza al prodotto. I casi di questo genere sono innumerevoli quanto inspiegabili: da Ang Lee con “Hulk” a Tim Burton con “Alice in Wonderland”. Questa volta a prestarsi è stato M. Night Shyamalan, regista del “Sesto senso”, che ha venduto il suo nome-marchio a un film che potrebbe aver diretto veramente chiunque.

Insomma gli ingredienti della ricetta sono stati ben scelti, ma amalgamati male, manca il sale e soprattutto la passione.

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