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giovedì 28 aprile 2011

GOOD BYE MAMA ovvero Se una volta la si dava al regista...


Definito dalla critica “il Colossal dell’amica di Silvio” la pellicola in questione è stata al centro di una bufera politica centrata su finanziamenti giunti alla formosa ragazza bulgara attrice, non c’è regista, non c’è amica del presidente per girare questa film indecoroso costato un sacco di soldi pubblici. Il film è una accozzaglia di melodrammaticità, una soap opera di propaganda, la storia di una ragazza che trova speranza in una foto del papa e in una di Berlusconi (sic) e fa perdere la ogni speranza agli spettatori.
Se un tempo in politica si parlava di maggioranza bulgara ora si parla di maggiorata bulgara.


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martedì 26 ottobre 2010

PARANORMAL ACTIVITY 2 ovvero Un film costato come un paio di ciabatte dell'Upim


E va bene. Lo dico sottovoce, sapendo che sarò seppellito di insulti: Paranormal Activity 2 è un film che funziona. Riesce nella non indifferente impresa di fare paura nel 2010. Ok, forse “paura” è una parola grossa: diciamo che mette un bel po’ di inquietudine, pur avendo – come tutti gli horror degli ultimi anni – i suoi bei momenti di puro cazzeggio (gridolini, sclerate varie, risatine ormonali, scatti di machismo ecc.) che superano abbondantemente la soglia del ridicolo. Però un paio di salti sulla sedia li ho fatti. E dire che ero andato al cinema con la certezza che la mia serata, come spesso succede con boiate di questo genere, sarebbe finita in vacca. Mi sbagliavo.

Il primo capitolo era costato quanto un paio di ciabatte dell’Upim, i protagonisti formavano una coppia di favolose nullità pescati su Craigslist (Wikipedia parla di 500 dollari a testa come compenso pattuito), e Oren Peli era un signor nessuno, una carriera tutta da costruire e probabilmente il mutuo da pagare.  Il suo film è stato deriso in milioni di modi: su YouTube sono cliccatissime parodie e prese per i fondelli doppiate in tutte le lingue del pianeta, e non è dato sapere se a qualcuno sia pure piaciuto, fatto sta che – come spesso succede per fenomeni da baraccone simili – in milioni lo sono andati a vedere. Il caso cinematografico dell’anno. Visti gli incassi superiori al PIL di qualche decina di paesi africani messi insieme,  i furbacchioni di Hollywood hanno sfornato il seguito dopo appena qualche mese. Non c’è da stracciarsi le vesti: pecunia non olet, punto e basta.

Per essere sicuri di non steccare, gli autori di Paranormal Activity 2 hanno pensato bene di scopiazzare a man bassa da Paranormal Activity 1. Tant’è che nella trama, ambientata qualche giorno prima degli eventi del primo episodio, ricompare pure la coppia di sgangherati protagonisti.

Zero novità, zero fantasia; tutto è stato meticolosamente messo a punto per rifare di nuovo lo stesso film, solo con meno momenti morti: telecamere pressoché fisse, questa volta piazzate in diversi angoli della casa a mò di Grande Fratello, porte che si aprono e sbattono da sole, pentole appese in mezzo alla cucina che cadono nel cuore della notte, qualcosa di innafferrabile che arriva quando meno te lo aspetti, gente trascinata dal nulla giù per le scale, tonfi da far tremare il pavimento e soprattutto il silenzio che avvolge ogni stanza. Il pastore tedesco ringhia come se avesse visto chissà cosa, la domestica lancia macumbe per esorcizzare il demonio, la famigliola non sa che pesci pigliare. Va da sè che a nessuno viene la banale idea di prendere la macchina e andare a tavoletta via dall’inferno, sennò tutto finirebbe dopo 5 minuti. La storia – che a malapena si regge in piedi – neanche a dirlo  rimane irrisolta, ci sarà di sicuro un sequel e probabilmente un altro prequel, magari con titoli mai visti come “Apocalypse“, “Evolution” o “Legacy“.

Insomma, trattasi di una spudorata operazione commerciale studiata a tavolino per battere il ferro finché è caldo e portare le masse al cinema. Si da il caso però che questa volta la suddetta operazione commerciale studiata a tavolino riesca fare quello che deve fare un film di questo genere: mettere tensione. Complice il silenzio, le inquadrature e il colore da paranoia delle riprese notturne. In fin dei conti tutto dipende dalla ragione per cui si va a vedere un horror. Qui un’ora e mezza fila via senza sbadigliare e qualche volta ci si spaventa pure. Serve altro?
Luca Fabbri

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venerdì 1 ottobre 2010

L’ULTIMO DOMINATORE DELL’ARIA ovvero Un film che avete già visto, anche se non l’avete ancora visto



Dieci caffé al bar, un libro, un biglietto del treno Ravenna Bologna andata/ritorno, 42 uova, questi sono solo alcuni dei modi in cui potreste spendere meglio i dieci euro del biglietto della proiezione 3D de “L’ultimo dominatore del vento”.
Il film dalla trama infantile e ridondante ha solo un pregio, quello di mettere perfettamente a  nudo il giochetto delle case di produzione per fabbricare pellicole da “incasso sicuro”. Il metodo è quello di prendere i film che hanno sbancato il botteghino e replicarne i tratti distintivi. Questa pratica che è sempre stata applicata, spesso anche con ottimi risultati, in tempo di crisi si è fatta talmente plateale da togliere ogni minimo aspetto innovativo alle pellicole. “L’ultimo dominatore dell’aria” potrebbe essere studiato nelle scuole di cinema come esempio di frankenstein cinematografico. La struttura e l’ambientazione è presa dal Signore degli Anelli, il personaggio bambino-monaco che si reincarna è il piccolo Dalai Lama di “Kundun”, i ragazzi che devono imparare a dominare gli elementi sono i maghetti di “Harry Potter”, il mostro peloso gigante è lo stesso de “La storia infinita”, i combattimenti kung-fu a rallentatore sono i copiatissimi effetti di “Matrix”, eccetera.
A dare un tono di finto impegno non può mancare l’ambientalismo da due lire (anzi due dollari) di Avatar con tanto di personaggi che lottano per salvare un pesce-“spirito della luna” dai cattivi.

Il film riesce ad essere di un didascalico disarmante sfoggiando un manicheismo “buoni contro cattivi” molto rassicurante. I personaggi non fanno altro che spiegare cosa stanno facendo ripetendo “stiamo facendo questo per questo motivo!”.
Esempio di dialogo:
“devo trovare l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”
“ma cosa stai facendo?”
“sto cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”
“ma perché lo stai facendo?”
“per poter essere riammesso come figlio del re”
“ha! Ma quindi stai cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re!”
“Ebbene sì, lo confesso, sto cercando l’avatar per poter essere riammesso come figlio del re”

Il tocco di genio degli studios è quello di inserire un nome d’autore nel film per dare (a parer loro) un’autorevolezza al prodotto. I casi di questo genere sono innumerevoli quanto inspiegabili: da Ang Lee con “Hulk” a Tim Burton con “Alice in Wonderland”. Questa volta a prestarsi è stato M. Night Shyamalan, regista del “Sesto senso”, che ha venduto il suo nome-marchio a un film che potrebbe aver diretto veramente chiunque.

Insomma gli ingredienti della ricetta sono stati ben scelti, ma amalgamati male, manca il sale e soprattutto la passione.

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