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sabato 12 marzo 2011

PIRANHA 3D ovvero Perchè muoiono solo gnocche in bikini?



Cosa c’è di peggio di vedere un film che parla di un lago infestato da pesci carnivori preistorici dai denti a sciabola usciti dal sottosuolo per divorare ragazze in bikini cacciati da una sexy poliziotta?
Semplice: vedere un film che parla di un lago infestato da pesci carnivori preistorici dai denti a sciabola usciti dal sottosuolo per divorare ragazze in bikini cacciati da una sexy poliziotta in 3D.

Alexandre Aja, autore di pellicole di “prestigio” come il remake di “Le colline hanno gli occhi” è un esperto di sbudellamenti che può finalmente cimentarsi con squartamenti 3D. “Piranha 3D” mescola violenza e ammiccamenti sessuali atti a stimolare un pubblico con poche pretese che non ha voglia di cimentarsi in una trama con personaggi e complicazioni narrative ma preferisce un intreccio che si limiti al “lui va con lei” o “il piranha uccide lui”.
Di positivo c’è che il film si prende poco sul serio, Aja è conscio che sta creando una mondezza di film e inserisce alcuni siparietti comici non troppo riusciti. La vera ironia permea dall’intera struttura della pellicola evidentemente congegnata per “ammazzare il tempo”.

Matteo Cavezzali

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mercoledì 29 dicembre 2010

NATALE IN SUDAFRICA ovvero Come fare soldi sulla demenza degli italiani



L’idiozia non conosce crisi. Con 6 milioni di euro anche quest’anno sbanca i botteghini la terna De Sica-Neri Parenti-De Laurentiis. Una commedia senza una battuta che faccia abbozzare un sorriso che razza di commedia è? Quello del cine-panettone è un mistero italiano degno di Lucarelli. Lo strombazzamento mediatico continua a far incassare questi film che fanno uscire dalla sala con la nausea. A fregare gli italiani è l’abitudine. Dopo cappelletti e panettone non si riesce a fare a meno di andare al cinema a farsi bloccare la digestione dalle battute penose di De Sica e della sua combriccola di cialtroni? Quest’anno a prestare le cosce e il davanzale al botteghino è la soubrette Belèn che si mostra come “preda” di due cacciatori (Ghini e Panariello).
Per paura di incassare poco i debosciati hanno pure infarcito il film di spot come un tacchino ripieno. Ad ogni inquadratura la macchina da presa indugia su marchi di telefonini, vestiti e automobili senza pudore. Per non farsi mancare niente il tutto è arricchito da un po’ doppi sensi misogini, battute razziste e volgarità un tanto al chilo. La trama è riassunta magistralmente dallo stesso De Sica: “Se dovessi raccontare drammaturgicamente la storia non saprei cosa dirti perché è sempre la stessa da ventisette anni”. Chiarissimo. “Sono uno stacanovista della cazzata” ha affermato con autentica sincerità Neri Parenti che ogni inverno sforna questa accozzaglia di natale che può vantare il triste primato di essere divenuta icona culturale dell’epoca berlusconica. Il nulla ripieno di niente stuzzica il palato di molti sciagurati che riempiono le sale cinematografiche senza sapere il perché.
I peggiori prodotti della tv commerciale si spalmano sul grande schermo e vengono scelti scientemente da persone che pagano deliberatamente un biglietto per vedere questo concentrato di demenza. Il prodotto popolare diretto alle masse non deve essere per forza becero, esiste una grande tradizione di film popolari che mantengono un alto livello comico e artistico, un grande maestro di questo genere è stato ad esempio Mario Monicelli, recentemente scomparso.
Questi tempi cupi per la cultura italiana che stanno crescendo una giovane generazione di ragazzi derubati della cultura un giorno finiranno, ma fino a quel momento non c’è niente da ridere.
Matteo Cavezzali

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sabato 20 novembre 2010

SAW 3D ovvero Se anche le budella vogliono essere in 3D


Alle volte si va al cinema sapendo che sarà impossibile mantenere un certo decoro. E’ il caso di Saw l’Enigmista, interminabile saga giunta – così dice la locandina, ma fesso chi gli crede – alla volata finale. Per chi non lavora all’obitorio sarà dura non coprirsi ripetutamente gli occhi per il voltastomaco: non c’è scena di questo film senza ossa spaccate, crani squarciati o interiora che schizzano via da corpi tagliati in due dagli infernali marchingegni messi a punto dal bacchettone Enigmista, uno che per hobby smembra il suo prossimo dopo averlo torturato a dovere. Manca giusto il waterboarding e poi Guantanamo gli fa un baffo. Non solo: le vittime di Saw prima di morire si devono pure beccare il predicozzo per tutti i loro vizi, neanche fosse una puntata di Annozero.
Nel SETTIMO capitolo la musica rimane sempre la stessa: gli autori hanno dimostrano anche stavolta di essere autentici fuoriclasse nel reclutare il consueto giro di nullità, una trentina di attori senz’arte nè parte come pochi. Del resto a che serve mettere in piedi un cast stellare se poi non ne rimane uno vivo e alla pellicola successiva tocca rifare tutto daccapo?  Tanto vale raccattare quello che si trova e fare il pieno di incassi col minimo sforzo. La formula funziona visto che ogni episodio della serie ha riempito le sale un po’ ovunque, facendo leva sulla voglia di macabro del pubblico, in aumento tra le nuove generazioni. Anche se resta da capire come ci si possa emozionare con un film del genere, avvincente quanto un pistolotto domenicale di Eugenio Scalfari.
Pronti via e una folla di persone si raduna davanti alla vetrina di un centro commerciale dove due ragazzotti dall’aria poco sveglia sono legati a un tavolo da lavoro. Un congegno fa girare due seghe circolari proprio in direzione del loro torace, e una terza dritto verso l’ombelico di una tizia piuttosto popputa, legata al soffitto come un insaccato. Il solito fantoccio rompiballe creato da Saw arriva pedalando sul triciclo e mette i due poveretti di fronte alla dura verità: avete 60 secondi per salvare la vita di uno di voi due, o quella della vostra amata lì in alto (la quale in passato ha abbondantemente cornificato entrambi, infilandosi nel lettone dell’uno e dell’altro). Fate la vostra scelta.
Qualche scena dopo il fanfarone Gordon, uno dei rari sopravvissuti ai massacri di Saw, in perfetto stile Patrizia D’Addario fa la spola da uno studio televisivo all’altro per promuovere il suo libro: mica sono così scemo da non pubblicare la mia verità, devo raccontare tutto quanto nel classico volumetto da autogrill (che qualche giornale spaccerà senz’altro per pietra miliare), perché sapete com’è anche io tengo famiglia. Il piano sembra perfetto per arricchirsi, se non fosse che niente sfugge a SawGordon l’ha sparata grossa, è un impostore, dovrà pagare con il suo sangue.
Insomma, comunque la si giri, la storia fa acqua da tutte le parti, ma in fondo chi per vedere una scemenza del genere è disposto a spendere 10 euro (le budella in 3d sono tutt’altra cosa, figuriamoci), lo sa perfettamente. E così, tra Gordon che si toglie due molari senza anestesia, perché è nei denti che Saw ha impresso i numeri della combinazione per fermare l’ennesimo marchingegno mortale, e il corpo di qualche pettoruta fanciulla fatto a pezzi impunemente, i cadaveri si accumulano che è un piacere e il film con qualche sbadiglio arriva alla conclusione.Per ko tecnico, si intende: non è rimasto più nessuno da ammazzare.
Luca Fabbri

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mercoledì 20 ottobre 2010

BURIED, ovvero Sepolto dall'incompetenza dell'esercito USA


Un po’ sono deluso da Buried. Devo ammetterlo, ero andato in sala per avere un film da massacrare e invece… è un bel film!
Sepolto, sotto tre metri di terra, un uomo sigillato in una cassa di legno ha solo un cellulare con cui chiedere aiuto e un’ora e mezza di tempo prima di morire soffocate. Ciò che potrebbe essere lo spunto per un pessimo film dell’orrore diventa invece punto di partenza di un thriller acuto e originale. L’uomo è un camionista che lavora per rifornire le truppe americane in Iraq che è stato rapito e sepolto da un gruppo di iracheni (“siamo terroristi perché ti terrorizziamo? E voi che mi avete ucciso tre figli cosa siete?” gli chiede il rapitore al telefono). Il film ha diversi pregi inaspettati. Il pubblico trascorre tutti i novanta minuti del film nella cassa con il protagonista. Nessuna scena all’aperto, nessun flashback. Nonostante questo “Buried” riesce a mantenere un ritmo incalzante e questa restrizione spaziale che poteva essere un limite diventa un pregio. Il regista spagnolo Rodrigo Cortés inventa innumerevoli trovate stilistiche per dare dinamicità alle riprese nello spazio angusto con inquadrature particolari e movimenti di camera danno un senso di claustrofobia. Non ha bisogno di nessuna trovata eclatante, nessuna esplosione o sparatoria, ma solo una serie di telefonate e respiri affannosi nella penombra.
Cortés prende spunto dallo stato di abbandono in cui si ritrova il protagonista per fare una feroce critica al metodo con cui è condotta la guerra in Iraq e al modo in cui i civili americani coinvolti nella “ricostruzione” siano in realtà abbandonati a se stessi. L’unico interesse dell’esercito pare quello di non far conoscere la brutta faccenda ai mass media. L’uomo che telefona da sottoterra mentre la sua vita è agli sgoccioli viene lasciato in attesa con una musichetta. L’incapacità delle persone di capire la reale entità del problema angoscia lo spettatore perché ha le tinte della verità quotidianità. Con un budget veramente ridotto questa produzione spagnola è riuscita a girare un film veramente interessante che pare un moderno racconto di Edgar Allan Poe.


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giovedì 9 settembre 2010

UN'ESTATE AL MARE ovvero Quando d'estate è meglio andare al mare che al cinema

Affannati dal caldo? Cosa c’è di meglio che sottoporsi a una terapia di battutacce e doppi sensi dell’ultimo film dei fratelli Vanzina per rabbrividire?!


“Un’estate al mare” è la risposta a ogni vostra più sordida voglia di basso umorismo. Ottimo lo sfondo estivo per proporre le ragazze scollacciate, che da sempre infarciscono le pellicole dei Vanzina. Almeno questa volta i fratelli della nuova commedia italiana non devono ingegnarsi nell’architettare improbabili escamotage per far scosciare le ragazze, la spiaggia, infatti, fa da sola il suo corso. Il film, che si propone come risposta estiva alle “vacanze di natale”, con il tentativo di raddoppiare l’appuntamento, riscalda al microonde vecchie battute e sketch ormai blasonati, dando vita a una serie di scenette brevi, tipiche dei film a episodi, ricche di personaggi cialtroni e cornuti. C’è Lino Banfi, che pare tratto direttamente da “Pappa e Ciccia”, mentre cerca di farsi credere ricco “affittando” l’abbondante Victoria Silvestedt come vistosa compagna da esibire ad amici e parenti; Ezio Greggio con il super lassativo da somministrare alla moglie per trascorrere le vacanze libero dall’invasiva consorte, Enzo Salvi con la suoneria del telefonino fatta di peti, Biagio Izzo che si finge gay per accaparrarsi la clientela femminile. Nel cast televisivo presenti anche Enrico Brignano, Nancy Brilli, Anna Falchi, Massimo Ceccherini e Alena Seredova.

Insomma un vero film tributo alla comicità anni ottanta, con tanto di Giuni Russo in colonna sonora. L’unico che fa divertire è Gigi Proietti, che riempie con qualche battuta i raccordi tra una scenetta e l’altra.

Paragonare il film ai capolavori della commedia all’italiana di Steno e Risi, come alcuni hanno scritto, pare perlomeno fuori luogo. Altrettanto fuori luogo però è gridare alla sfacelo del cinema italiano. È, semplicemente, il filmetto che ci si poteva aspettare, con laconiche risate e qualche sbadiglio.

La sfida di portare il pubblico italiano nelle sale d’estate è ardua, ma se risulterà vinta darà addito all’interminabile sfilza di sequel. Tra i possibili: “Estate alle Maldive”, “Estate ai Caraibi” (magari con annessi i pirati), “Estate in Valsugana”, e via all’infinito con “Estate… sull’Himalaya, Estate alle pendici del Kilimangiaro”, e ancora, “Estate a Brugherio”, e per finire “Estate a Casal Borsetti” con tanto di partita a bocce (uno splendido spunto per facili doppi sensi). Tutto sommato il titolo di questo primo, e ci auguriamo ultimo cine-cocomero, “Un’estate al mare”, è già in sé un doppio senso, contenente un consiglio subliminale: meglio andare al mare, veramente.

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