martedì 15 febbraio 2011

I FANTASTICI VIAGGI DI GULLIVER ovvero Comicità lillipuziana (e recensione lillipuziana)


Jack Black fa ridere, non c’è dubbio. È simpatico, sì, sì, certo. Bravo eh. Niente da dire… Ma senza uno straccio di sceneggiatura e con una storia a dir poco moscia nemmeno Belushi sarebbe riuscito a far ridere. In questa versione hollywoodiana de “I fantastici viaggi di Gulliver” sopravvive solo l’idea un uomo enorme accanto a uomini piccolissimi. Un po’ pochetto per intitolare il film come il romanzo di Jonathan Swift, che si sarebbe anche parecchio arrabbiato se non fosse che un autore morto da  duecentocinquanta anni non può intentare causa legale per i diritti d’autore. Gulliver diventa qui il facchino di un quotidiano che per far colpo sulla redattrice che si occupa di viaggi, Darcy (Amanda Peet), improvvisa una spedizione alle Bermude per svelare il segreto del misterioso triangolo. Finisce a Lilliput, dove i cittadini sono alti tre centimetri, e anche l’ironia non si eleva molto più in alto.
Matteo Cavezzali


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lunedì 31 gennaio 2011

IMMATURI ovvero Regista e attori bocciati alla maturità


Non c’è niente da fare, certi film andrebbero evitati come la peste. Basterebbe guardare i nomi nella locandina di Immaturi per farsi di nebbia davanti alla cassa, i nomi sulla locandina occupano più spazio della grandezza della locandina stessa, sembra una raccolta firme di Repubblica, sempre le stesse facce con i vari Raoul Bova, Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Barbora Bobulova e compagnia bella. Mancano giusto Riccardo Scamarcio e Luciana Littizzetto e il patatrac è fatto.

Chi va al cinema a vedere questo Immaturi, si metta pure il cuore in pace, perché per quasi due ore vedrà cazzeggiare la solita pletora di mezze cartucce, di attori che non sono attori, di buone braccia sottratte all’agricoltura, arruolate con cadenza semestrale per mettere in scena l’ennesima commediola senz’arte nè parte, uguale a tutti i vari Manuali d’Amore, Commediesexi e Notti Prima Degli Esami, che al botteghino poi fanno sempre centro, chissà perchè. Però, santo cielo, mai un attore di caratura mondiale, mai un Matt Damon, una Penelope Cruz, un Jude Law o un Javier Bardem, sembra che dall’Italia possa venir fuori solo Claudio Bisio. Poi per forza che da anni gli Oscar li vediamo col binocolo. Grazie tante.

Si dirà: ma uno al cinema ci va per farsi quattro risate in leggerezza. Vero, ma qui i momenti di autentica ironia sono numerosi quanto gli elettori di Francesco Rutelli, mentre la trama – che pure è retta da una buona idea di partenza – finisce per naufragare nella consueta melassa buonista tipica di questi film, fatti di compagnie di unici e inseparabili superamici, scazzi reciproci che finiscono a tarallucci e vino, quotidianità ostentate, sorrisoni grandi così, bambini saccenti ma simpatici, musichette di sottofondo vivaci ma non troppo, perfette come colonna sonora per qualche pubblicità del Mulino Bianco.

Tutto ha inizio quando a sei ex compagni di liceo arriva una lettera dal ministero, in cui si dice che per qualche oscura ragione dovranno rifare l’esame di maturità. Qualsiasi persona dotata di un minimo sindacale di senno si presenterebbe dopo due minuti dalla Gelmini per farle un mazzo così, loro invece no, cacciano giusto un urletto, ma poi alla fine hanno troppa voglia di rituffarsi nella loro giovinezza e quindi si rimettono a studiare. Tutti insieme, come ai vecchi tempi, stessa storia, stesso posto, stesso bar. Sarà un momento per riscoprirsi e crescere ancora, a trent’anni e passa suonati. Bamboccioni a chi?

Chi non si addormenta prima, riuscirà ad arrivare al giorno dell’esame. Tutti gli altri non avranno perso niente, tanto figurarsi se il signor Paolo Genovese – la mente dietro alla Banda dei Babbi Natale – poteva rendere vagamente imprevedibile un finale già scritto dopo due scene. Al regista però va riconosciuto il merito di aver messo in scena uno dei tratti distintivi della nostra epoca, la voglia di nostalgia a tutti i costi, che ha misteriosamente  assalito non i vecchi ma le nuove generazioni. Pochi verbi coniugati al futuro e tanto bisogno di ricordare qualsiasi scemenza, di rivivere episodi successi l’altro ieri. Ma a ottant’anni come faremo?

Luca Fabbri

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martedì 11 gennaio 2011

TRON LEGACY ovvero Se non c'è la trama almeno c'è la moto-fotonica


Dopo il Natale succede che uno si ritrova con la cintura che non si chiude più per colpa dei cenoni e la mente confusa dalla annuale scarica di idiozia prodotta da Boldi-De Sica. Ma è inutile negarlo: al cinema si va soprattutto per intrattenimento, anno nuovo, stessa vita. Quindi sotto col prossimo kolossal. Tron: Legacy è un fumettone che sarebbe sciocco snobbare, perché se non altro è una vera goduria per gli occhi e per una volta non fa venir voglia di prendere a bastonate la cassiera dopo aver speso tre euro in più per occhialini 3D che danno solo noia e non servono a un tubo. Qui il 3D ha un senso eccome, visto che l’intero film non è altro che un’interminabile sequenza di effetti speciali.
Dice: ma la trama dove la metti? Beh una trama si trova. Fa un po’ acqua in qua e in là, c’era da immaginarselo, ma a un film del genere glielo si può anche perdonare. Quello che invece non si perdona a Tron è la consueta dose di scene con montagne di calci e schiaffoni in stile Matrix, capolavoro di un decennio fa che però ha rovinato buona parte dei film d’azione degli anni successivi, in cui guardacaso a un certo punto compare sempre un tizio che volteggia da una parte all’altra tirando sganassoni al rallentatore senza spettinarsi mai e con la camicia curiosamente in piega.
Tron per fortuna offre anche altro. E’ il seguito del film che nel 1982 aveva fatto un casino pazzesco, considerato pura avanguardia da legioni di fan perché metteva in scena per la prima volta la realtà virtuale. La meteora Steven Lindsberger era diventato dal nulla una celebrità come regista, salvo poi sparire dalla circolazione dopo aver collezionato un flop dietro l’altro con le pellicole successive.
Ma gli schei sono schei e quando la Disney bussa alla porta sarebbe da cretini non farsi trovare in casa. Così il nostro ha scritto e prodotto questo nuovo capitolo, diretto dallo sconosciuto Joseph Kosinsky. Al quale è stato staccato un assegno di 170 milioni di dollari per non badare a spese e mettere in piedi questo frullatone fatto di sfavillanti costumi minimal, rombanti veicoli virtuali, mobili rigorosamente moderni e cool, bonazze galattiche, colonna sonora house (dei bravissimi Daft Punk), resistenti contro l’impero, imperi contro i resistenti, e raffiche di luci al led sparate negli occhialini 3D.
Poi sì, da qualche parte c’è anche la storiellina di Sam Flynn, figlio del geniale programmatore ed ex amministratore della ENCOM dato per disperso negli anni ‘80, dopo essere stato risucchiato dal mondo virtuale che lui stesso aveva creato. Il ragazzotto potrebbe godersi la vita con le palate di miliardi di papà e invece vuol farsi del male. Sam entra nella scalcinata sala giochi di famiglia e dietro a un cabinato anni ‘80 trova il laboratorio del vecchio padre. Pa’, farò di tutto per trovarti e portarti a casa. Inserito il gettone, il videogioco comincia. Questo - dicevamo - l’inizio della storiellina, che quindi c’è. Virtualmente, si intende.
Luca Fabbri

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mercoledì 29 dicembre 2010

NATALE IN SUDAFRICA ovvero Come fare soldi sulla demenza degli italiani



L’idiozia non conosce crisi. Con 6 milioni di euro anche quest’anno sbanca i botteghini la terna De Sica-Neri Parenti-De Laurentiis. Una commedia senza una battuta che faccia abbozzare un sorriso che razza di commedia è? Quello del cine-panettone è un mistero italiano degno di Lucarelli. Lo strombazzamento mediatico continua a far incassare questi film che fanno uscire dalla sala con la nausea. A fregare gli italiani è l’abitudine. Dopo cappelletti e panettone non si riesce a fare a meno di andare al cinema a farsi bloccare la digestione dalle battute penose di De Sica e della sua combriccola di cialtroni? Quest’anno a prestare le cosce e il davanzale al botteghino è la soubrette Belèn che si mostra come “preda” di due cacciatori (Ghini e Panariello).
Per paura di incassare poco i debosciati hanno pure infarcito il film di spot come un tacchino ripieno. Ad ogni inquadratura la macchina da presa indugia su marchi di telefonini, vestiti e automobili senza pudore. Per non farsi mancare niente il tutto è arricchito da un po’ doppi sensi misogini, battute razziste e volgarità un tanto al chilo. La trama è riassunta magistralmente dallo stesso De Sica: “Se dovessi raccontare drammaturgicamente la storia non saprei cosa dirti perché è sempre la stessa da ventisette anni”. Chiarissimo. “Sono uno stacanovista della cazzata” ha affermato con autentica sincerità Neri Parenti che ogni inverno sforna questa accozzaglia di natale che può vantare il triste primato di essere divenuta icona culturale dell’epoca berlusconica. Il nulla ripieno di niente stuzzica il palato di molti sciagurati che riempiono le sale cinematografiche senza sapere il perché.
I peggiori prodotti della tv commerciale si spalmano sul grande schermo e vengono scelti scientemente da persone che pagano deliberatamente un biglietto per vedere questo concentrato di demenza. Il prodotto popolare diretto alle masse non deve essere per forza becero, esiste una grande tradizione di film popolari che mantengono un alto livello comico e artistico, un grande maestro di questo genere è stato ad esempio Mario Monicelli, recentemente scomparso.
Questi tempi cupi per la cultura italiana che stanno crescendo una giovane generazione di ragazzi derubati della cultura un giorno finiranno, ma fino a quel momento non c’è niente da ridere.
Matteo Cavezzali

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venerdì 24 dicembre 2010

Sconsigli di Natale



Nelle feste, complici il freddo e le ferie, le sale si riempiono di pubblico. Ma spesso la spinta verso il cinema è talmente forte che ci si ritrova seduti a vedere film di cui non si sa nulla e ci si deve sorbire delle pellicole atroci.
Per evitare discussioni con parenti e amici davanti alla multisala, è meglio giungere preparati e far valere la propria opinione prima che la mandria prenda la direzione di “Natale in Sudafrica”.

Ecco alcuni consigli e sconsigli su cosa vedere.

Per chi non può esimere dallo “spirito natalizio”  La banda dei Babbi Natale” con Aldo, Giovanni e Giacomo potrebbe essere un buon compromesso. Senza morire a crepapelle, il film è divertente e dignitoso. Anche se il trio non ha più la verve comica dei tempi di “Tre uomini e una gamba” tutto sommato è tutto sommato il male minore.

La cosa peggiore che vi possa capitare è senza dubbio “Natale in Sudafrica”. Di uno squallore urticante il film con De Sica, alcune parti del corpo di Belen e compagnia cantante è uno dei peggiori cine-panettoni degli ultimi anni. Per citare un battutona del film potremmo definirlo come “'no tsunami de merda”. Se i vostri amici-parenti vogliono trascinarvi a questo scempio cinematografico, questo spot della Wind lungo un’ora e mezza, siete autorizzati a fare una scenata in mezzo alla fila della multisala. Per non rovinare il Natale riuscirete forse a deviali su un film meno brutto.

Se vi venisse la strana idea di vedere un buon film, anche se con il tema Natale non ha nulla a che vedere (ma chi se ne frega!) il miglior film in sala è “American life” (“Away We Go” è il titolo originale). La nuova pellicola di Sam Mendes, regista di “American beauty” e “Jahread” è un film ironico sul disfacimento della società americana con una sceneggiatura impeccabile. “Gli Stati Uniti sono una merda, ma gli altri paesi sono le mosche che si posano su questa merda” sintetizza alla perfezione uno dei personaggi. 

Per chi deve accontentare infanti e nipoti la scelta è scarsa. “Le avventure di Sammy” è il cartone animato sul viaggio attraverso l’oceano di una tartarughina. Non sarà il massimo della vita, ma almeno è un film didattico che insegna i valori, adatto a cattolici e ortodossi.
L’altra opzione, per ragazzini dai 10 ai 14 anni, è “Le Cronache di Narnia - Il viaggio del veliero”, ennesimo film fantasy con animali fantastici e effetti speciali da milioni di dollari.

Per gli amanti di scazzottate, esplosioni e di facili romanticherie hollywoodiane “The tourist” non deluderà nessuno, oppure deluderà tutti, a seconda delle aspettative. Diciamo che dopo aver speso l’intero budget del film per Angelina Jolie, Johnny Depp sugli sceneggiatori si è un po’ lesinato…

Del resto, se per scendere a compromessi vi toccherà vedere un film “sòla”, non perdete le staffe e fate un bel pisolino in sala. È il metodo migliore per digerire la lasagna e il panettone farcito.

Matteo Cavezzali

lunedì 6 dicembre 2010

L'ULTIMO ESORCISMO ovvero L'anticristo mena il can per l'aia


Mamma che porcheria. In appena ottantasette minuti di questo barbosissimo horror ce n’è abbastanza per tenersi alla larga per qualche lustro da tutti i film accessoriati di crocifissi, tavole ouije, bibbie e altre cianfrusaglie del genere. Eppure la locandina dice di credere in lui. In lui chi? Boh, si spera non nel signor Eli Roth, che produce con sprezzo del ridicolo questo Ultimo Esorcismo, dove mena il can per l’aia per un’ora abbondante, riuscendo ad annoiare (molto) e a non spaventare (mai). Basterebbe sapere che vergognose panzane come Cabin Fever e Hostel 1 e 2 sono farina del suo sacco, per fare di corsa dietrofront e supplicare la cassiera di farsi cambiare i biglietti. Uomo avvisato.

D’altronde non è che ci si possa aspettare chissà cosa dalle storie sull’anticristo, ormai sul tema si è visto di tutto e di più, per oltre trent’anni si è cercato di rifare il primo Esorcista toppando quasi sempre, anche perché quelli erano davvero altri tempi. Oggi per spaventare sul serio – quando ci si riesce – non basta un letto che trema da solo e una tizia dallo sguardo assente e che si flette meglio di Roberto Bolle. Ma questo non scusa il signor Roth, reo di aver messo in piedi una trama senza capo né coda, con pochissimi momenti di vera tensione, piena dei soliti personaggi balordi e incredibilmente tonti, bravissimi a non avvertire mai il pericolo e a farsi ammazzare come polli.
Tutto accade nella poverissima Louisiana. L’imbroglione Cotton Marcus è un reverendo da quattro soldi: non riuscirebbe più a fingere di credere in Dio neanche sotto tortura, eppure ogni domenica nella squallida chiesetta di Baton Rouge incanta folle di guitti con i suoi sermoni gonfi di belle parole da far venire i lucciconi. Dopo aver passato una vita a esorcizzare l’esorcizzabile, decide di smetterla di raccontarsi patacche: basta, Dio non esiste, il diavolo nemmeno e quindi gli indemoniati sono solo poveri merli facilmente suggestionabili. Ve lo dimostrerò abbindolando un ultimo allocco e filmando tutto quanto con tanto di cameraman.
Senonché gli si presenta il caso di una ragazzotta sedicenne che vive in una scalcinatissima fattoria in mezzo al nulla, accusata dal padre di essere posseduta dal demonio e di sterminare nottetempo uno ad uno gli animali di casa. A guardarla bene in effetti questa adolescentella pallida come la morte, perennemente in anfibi e camicia da notte, sembra un po’ fuori di melone, anche perché la mattina si risveglia ricoperta di sangue dalla cintola in giù. Se non si parlasse dell’anticristo, uno potrebbe pure farsi strane idee. Meglio ricorrere alla prova del nove: facciamole un bel pediluvio, infilandole le estremità in un catino e vediamo che succede. Magia, l’acqua bolle da sola, sarà stato il farabutto Marcus oppure qualcos’altro?
Insomma, quella che doveva essere una farsa, rischia di diventare un massacro. Il punto è che già dopo mezz’ora dove non succede un accidenti di niente, si capisce che tira aria di fuffa. Sarà per colpa degli attori di terza mano, sarà perché di sette sataniche che si radunano per riti incomprensibili e demoni che fanno dire al povero cristo di turno ogni sorta di volgarità con voce da transessuale, uno inizia ad averne piene le tasche. Ma che senso ha un horror in cui non si salta mai sulla sedia? E soprattutto: perché la ragazzotta posseduta gira con un paio di inguardabili Dr. Martens per tutto il film?

Luca Fabbri

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sabato 20 novembre 2010

SAW 3D ovvero Se anche le budella vogliono essere in 3D


Alle volte si va al cinema sapendo che sarà impossibile mantenere un certo decoro. E’ il caso di Saw l’Enigmista, interminabile saga giunta – così dice la locandina, ma fesso chi gli crede – alla volata finale. Per chi non lavora all’obitorio sarà dura non coprirsi ripetutamente gli occhi per il voltastomaco: non c’è scena di questo film senza ossa spaccate, crani squarciati o interiora che schizzano via da corpi tagliati in due dagli infernali marchingegni messi a punto dal bacchettone Enigmista, uno che per hobby smembra il suo prossimo dopo averlo torturato a dovere. Manca giusto il waterboarding e poi Guantanamo gli fa un baffo. Non solo: le vittime di Saw prima di morire si devono pure beccare il predicozzo per tutti i loro vizi, neanche fosse una puntata di Annozero.
Nel SETTIMO capitolo la musica rimane sempre la stessa: gli autori hanno dimostrano anche stavolta di essere autentici fuoriclasse nel reclutare il consueto giro di nullità, una trentina di attori senz’arte nè parte come pochi. Del resto a che serve mettere in piedi un cast stellare se poi non ne rimane uno vivo e alla pellicola successiva tocca rifare tutto daccapo?  Tanto vale raccattare quello che si trova e fare il pieno di incassi col minimo sforzo. La formula funziona visto che ogni episodio della serie ha riempito le sale un po’ ovunque, facendo leva sulla voglia di macabro del pubblico, in aumento tra le nuove generazioni. Anche se resta da capire come ci si possa emozionare con un film del genere, avvincente quanto un pistolotto domenicale di Eugenio Scalfari.
Pronti via e una folla di persone si raduna davanti alla vetrina di un centro commerciale dove due ragazzotti dall’aria poco sveglia sono legati a un tavolo da lavoro. Un congegno fa girare due seghe circolari proprio in direzione del loro torace, e una terza dritto verso l’ombelico di una tizia piuttosto popputa, legata al soffitto come un insaccato. Il solito fantoccio rompiballe creato da Saw arriva pedalando sul triciclo e mette i due poveretti di fronte alla dura verità: avete 60 secondi per salvare la vita di uno di voi due, o quella della vostra amata lì in alto (la quale in passato ha abbondantemente cornificato entrambi, infilandosi nel lettone dell’uno e dell’altro). Fate la vostra scelta.
Qualche scena dopo il fanfarone Gordon, uno dei rari sopravvissuti ai massacri di Saw, in perfetto stile Patrizia D’Addario fa la spola da uno studio televisivo all’altro per promuovere il suo libro: mica sono così scemo da non pubblicare la mia verità, devo raccontare tutto quanto nel classico volumetto da autogrill (che qualche giornale spaccerà senz’altro per pietra miliare), perché sapete com’è anche io tengo famiglia. Il piano sembra perfetto per arricchirsi, se non fosse che niente sfugge a SawGordon l’ha sparata grossa, è un impostore, dovrà pagare con il suo sangue.
Insomma, comunque la si giri, la storia fa acqua da tutte le parti, ma in fondo chi per vedere una scemenza del genere è disposto a spendere 10 euro (le budella in 3d sono tutt’altra cosa, figuriamoci), lo sa perfettamente. E così, tra Gordon che si toglie due molari senza anestesia, perché è nei denti che Saw ha impresso i numeri della combinazione per fermare l’ennesimo marchingegno mortale, e il corpo di qualche pettoruta fanciulla fatto a pezzi impunemente, i cadaveri si accumulano che è un piacere e il film con qualche sbadiglio arriva alla conclusione.Per ko tecnico, si intende: non è rimasto più nessuno da ammazzare.
Luca Fabbri

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